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LA RESPONSABILITÀ DEL MEDICO

 

Orientamenti attuali e prospettive

  a cura di Domenico Lobuono

avvocato in Trieste

1. – Generalità. Il medico, come ogni professionista, è soggetto, nell’esercizio della propria attività, a responsabilità civile e penale. Questo vuol dire che egli risponderà in sede civile dei danni causati al paziente nell’esercizio della propria attività ed in sede penale per i reati eventualmente commessi nell’esercizio dell’attività stessa (ad es. lesioni colpose).

2. – La responsabilità civile. Com’è noto, nell’àmbito del diritto civile, la responsabilità assume tradizionalmente due forme: responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale (alla quale correntemente ci si riferisce quando si parla tout court di responsabilità civile); la prima consiste nel rispondere dei danni conseguenti all’inadempimento di un contratto, la seconda nel rispondere dei danni conseguenti ad un fatto illecito. La prima responsabilità è regolata dagli articoli 1218 ss. Cod. civ., la seconda dagli artt. 2043 Cod. civ.

Per quanto riguarda la responsabilità medica, essa può assumere entrambe le forme che spesso, anzi, ricorrono congiuntamente.

3. – La responsabilità civile per inadempimento contrattuale. Non tutti i pazienti sono consapevoli del fatto che ogniqualvolta essi si rivolgono ad un medico viene concluso con lo stesso un contratto che prende il nome di contratto di opera intellettuale ed è una specie del contratto d’opera regolato dagli artt. 2222 ss. Cod. civ.

Il medico, precisamente, si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente; questa opera o servizio consiste nell’attività di cura diretta ad ottenere la guarigione del paziente.

Nel caso in cui il medico si renda inadempiente al predetto contratto, il paziente ha diritto, ai sensi dell’art. 1218 Cod. civ., di ottenere il risarcimento del danno se il debitore (cioè il medico) non prova che l’inadempimento è dovuto ad impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Nella responsabilità contrattuale, pertanto (a differenza di quanto accade nel campo della responsabilità extracontrattuale), il contraente che lamenta l’inadempimento dell’altra parte deve solo provare che si era concluso un contratto e che l’altra parte è rimasta inadempiente. Nel caso che ci interessa, il paziente dovrà provare che si era rivolto ad un medico e che questi si è reso inadempiente alla propria obbligazione senza bisogno di provare che l’inadempimento è dovuto alla colpa (negligenza, imprudenza o imperizia) del medico. Quest’ultimo, a sua volta, potrà liberarsi dalla responsabilità solo provando che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”

A questo punto, si rende, però, necessario chiarire in cosa consista l’inadempimento del medico e quindi chiarire preliminarmente quale sia il contenuto e la natura dell’obbligazione che assume il medico per verificare in quali casi essa possa essere ritenuta inadempiuta.

A tal fine, bisogna ricordare che l’obbligazione che il medico assume nei confronti del proprio cliente è, come quella di ogni altro professionista intellettuale, di regola (ma con talune eccezioni) una obbligazione di mezzi e non di risultato.

Ciò vuol dire che l’obbligazione del medico consiste nel fare tutto il possibile per ottenere la guarigione del paziente, ma egli non garantisce il risultato (la guarigione) allo stesso modo nel quale l’avvocato ha l’obbligo di fare tutto il possibile per vincere la causa ma non garantisce certo il risultato della vittoria della causa stessa.

Conseguenza del fatto che il professionista adempie la propria obbligazione effettuando tutto il possibile per ottenere un certo risultato anche se questo non viene raggiunto è che il corrispettivo pattuito andrà corrisposto al professionista anche quando il risultato non venga raggiunto (l’avvocato dovrà essere egualmente pagato anche se la causa è stata persa e il medico anche se il paziente non guarisce). Tuttavia questo vale sino a quando non si prova una responsabilità del professionista nell’adempimento del proprio oblogo di mezzi, cioè si dimostra che egli non ha fatto tutto il possibile (tenendo presente allo stato della migliore scienza o esperienza) per raggiungere il risultato. La colpa professionale (negligenza, imperizia o imprudenza) deve essere pertanto valutata con riferimento all’impegno che il professionista “modello” avrebbe posto in quel particolare caso e quello che è stato utilizzato nel caso concreto da quel professionista.

Tale regola si trae dall’art. 1176 co. 2° Cod. civ. secondo il quale nell’adempimento delle obbligazione relative ad una attività professionale la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata (art. 1176Cod. civ.).

A questa regola si aggiunge un’altra, prevista dall’art. 2236 Cod. civ., secondo la quale nel caso in cui la prestazione del professionista implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera intellettuale risponde dei danni solo per dolo o colpa grave (vengono, cioè, escluse la colpa lieve e quella lievissima).

Ciò premesso, facendo applicazione delle regole di responsabilità sopra indicate (artt. 1218, 1176 e 2236 Cod. civ.), in caso di mancato raggiungimento del risultato (guarigione) cui l’attività del medico è preordinata, il paziente (o, in caso di morte, i suoi eredi che agiscano per il risarcimento dei danni) dovrà provare l’inadempimento e cioè che il medico non ha posto nella propria attività la diligenza del c.d. agente modello e cioè la diligenza richiesta dalla natura dell’attività svolta e consentita dallo stato dell’arte.

La prova di tale mancanza di diligenza può apparire ardua, ma in realtà la Corte di cassazione ha stabilito da tempo l’importante principio secondo il quale la stessa mancanza di risultato può essere considerata come un indizio dell’inadempimento del medico.

Secondo tale principio, nel caso di interventi routinari, il paziente «adempie l’onere a suo carico provando solo che l’ope razione era di facile esecuzione e che ne è derivato un risultato peggiorativo, dovendosi presumere l’inadeguata o non diligente esecuzione della prestazione professionale del chirurgo»1[DL/1] . Per adempiere un tale onere, il paziente potrà richiamarsi al dato di esperienza comune (c.d. fatto notorio che il giudice può porre a fondamento della propria decisione a norma dell’art. 115Cod. proc. civ.): è infatti dato di esperienza comune che un intervento di appendicite non richiede nel medico-chirurgo una particolare abilità che sia di tipo superiore alla media, dal momento che, allo stato attuale della scienza medica, si tratta di un intervento di routine.

Nel caso in cui il dato di esperienza comune non basti, il giudice si affiderà ad un perito medico-legale (cosiddetto consulente tecnico di ufficio – C.t.u.) che accerterà se l’attività richiesta al medico era o no di facile esecuzione allo stato della scienza medica.

Una volta provato che l’intervento operatorio era di facile esecuzione e che il paziente ha conseguito un risultato peggiorativo (cioè non ha conseguito la guarigione o, addirittura, la malattia si è aggravata o una nuova si è aggiunta a quella preesistente) l’'onere della prova passa al medico che, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà “fornire la prova contraria, cioè che la prestazione era stata eseguita idoneamente e l’esito peggiorativo era stato causato dal sopravvenire di un evento im previsto ed imprevedibile op pure dalla preesi stenza di una particolare con dizione fisica del malato, non accertabile con il criterio della ordinaria dili genza professionale”[DL/2]

(Continua)

[DL/1] Cass. civ., sez. III, 11 aprile 1995, n. 4152, in Giust. civ. Mass. 1995, 807; Cass. civ., sez. III, 16 novem bre 1993, n. 11287, in Giust. civ. Mass. 1993, fasc. 11; Cass. civ., sez. III, 1 febbraio 1991 n. 977, in Giust. civ. Mass. 1991, fasc. 2  e in Giur. it.1991, I, 1, 1379;  Cass. civ., sez. III, 16 novem bre 1988 n. 6220, in Giust. civ. Mass. 1988, fasc. 11; Cass. civ., sez. III, 21 dicembre 1978 n. 6141, in Arch. civ. 1979, 335 e in  Foro it. 1979, 4, I; Trib. Roma 10 otto bre 1992, in Giur. it. 1993, I, 2, 337);

[DL/2] Cass. civ., sez. III, 16 novem bre 1993, n. 11287, in Giust. civ. Mass. 1993, fasc. 11ostruzione


 
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